Lavoro Giovani e Diritti

Abstract

 Lavoro, Giovani, Diritti

Le nuove frontiere della politica

 

medea 22 nov

Le più grandi questioni che affliggono il nostro paese, e che con maggior ridondanza e prepotenza si fanno sentire al sud Italia, sono quelle legate al lavoro in termini di precarietà, disoccupazione e di blocco del turn over; alle nuove generazioni per la vulnerabilità sociale  cui sono costantemente sottoposte; ai diritti in quanto la sfida della nuova società globale è visibile proprio attraverso la domanda sempre crescente di nuove tutele e garanzie da soddisfare.

Negli ultimi 15 anni il lavoro è diventato sempre più irraggiungibile e irrealizzabile,  per ostacoli additabili – questa è la litania diffusa – unicamente alle responsabilità personali, ai limiti di conoscenze e capacità di ogni singolo individuo. Eppure vediamo tanti giovani che, emigrando  in altri paesi europei,  riscuotono successo lavorativo trovando una piena affermazione nella società.

La mobilità sociale, nonché l’idea che i  giovani rappresentino la risorsa e la ricchezza del paese, sono  concetti che l’Italia ha difficoltà ad interiorizzare: troppi, ormai, sono relegati al settore terziario con un basso mensile – 500 euro al mese circa- e troppi sono condannati al precariato.  La non autosufficienza dei giovani è d’ostacolo materialmente alla possibilità  di definire un futuro, crearsi una famiglia, permettersi una casa, assicurarsi una pensione. Abitare con i genitori a trent’anni, a conferma di ciò, è un esigenza e non un mero capriccio.  Ancora,  troppi sono i giovani  rinchiusi in un’eterna formazione tra studio,  stage e tirocini senza mai conoscere un lavoro stabile e duraturo, non riuscendo, di contro, a sviluppare una loro identità personale e sociale e lavorativa.  Espropriati di un ruolo definito, in cerca costante di una prima occupazione,  questa generazione si trova a dover far i conti con la vulnerabilità che li porta a non avere confini certi entro cui  orientare le loro azioni e le loro decisioni. Un’identità fluttuante dove gli attori sociali sono costantemente chiamati a scegliere senza poter contare sulla tradizione, su una collettività capace di trasmettere strategie di percorso.  La flessibilità dei contratti, la formazione professionale, il mix  laurea/master non hanno significato una stabilità economica né  un posizionamento certo nella società, ma si sono tradotti in precariato, in una cessione di diritti e in una radicale squalificazione dei titoli di studio. In questo paese dove vige la cultura della rappresentanza, della partecipazione dal basso e dell’Europa dei popoli, delle tutele e della garanzie dei lavoratori e delle famiglia, degli ammortizzatori  e delle politiche sociali, si è di fatto affermato una società diversa dalle sue origini, dove lo scollamento tra istituzioni e cittadini è sempre più evidente. Dove una democrazia indebolita non riesce a garantire al popolo la cura degli interessi generali, laddove i tagli hanno invaso interamente il settore pubblico e dove si pensa esclusivamente agli interessi finanziari e monetari.

La gravità dei tagli dei trasferimenti agli Enti Locali, in particolar modo quelli del Mezzogiorno, impedisce ai Comuni di dare risposte adeguate ai bisogni della collettività. Accade così che le nuove povertà divengono sempre più un fattore di segregazione sociale,  con il conseguente isolamento di intere famiglie che sprofondano nel disagio senza adeguati meccanismi di fuoriuscita.

In tale scenario la politica è inerme ed incapace di una visione d’insieme. Senza una capacità organizzativa, la politica appare sempre più commissariata a vantaggio di terzi sconosciuti con la conseguente assenza delle Istituzioni, che dovrebbero invece essere protagoniste nelle scelta e nella mediazioni.  Basti pensare all’enorme vuoto nell’ambito di politiche sociali da conciliare con le nuove forme di povertà, alle Convenzioni internazionali a tutela dei disabili costantemente dimenticate, agli immigrati per i quali mancano politiche volte all’interculturalità,  o alla sfera stessa dei diritti a partire dall’Università italiana

Con la spending revew si è prodotto non solo l’innalzamento della tassa regionale da 62 euro a 140 euro (il 120% in più), ma anche l’abbattimento della soglia minima di aumento stabilita in riferimento al 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Non solo, è già previsto, a partire dal prossimo anno, il doppio delle spese per gli studenti fuoricorso nonché il test di ingresso per tutte le Facoltà. Il diritto allo studio, già sotto attacco da diversi anni,  viene seriamente compromesso con il risultato che pochi potranno accedere alla laurea. Quell’ascensore sociale, a fatica costruito dagli anni ‘70 con l’università pubblica e di massa, oggi sembra sgretolarsi con il risvegliarsi da un sogno durato un attimo, ma con un costo oneroso che grava esclusivamente sulla società civile: 30 anni di fallimento politico.

Da qui occorre ripartire per gettare nuove basi. Ciascuno nel proprio ambito e per le proprie responsabilità, è chiamato a sentirsi parte in causa e quindi protagonista di uno scenario radicalmente nuovo da mettere in campo. Crediamo che sia compito della Cittadinanza Attiva, organizzando in tutte le sue forme, dare vita a incontri e riflessioni, proposte e sollecitazioni. Non arrendersi al presente, anche se appare immodificabile ed ineluttabile, ma dare vita dal basso ad un racconto diverso. Alternativo, soprattutto. Lo   scopo dell’incontro di cui siamo promotori è quello di aprire un dialogo su questi temi, invitando tutti al confronto libero. Un confronto anche per intensificare tutti gli strumenti di raccordo con quelle Istituzioni che, a maggior ragione, devono sentirsi coinvolte in un futuro – diverso – da costruire.

 

 

 

 

 

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