La nostra storia

“I giovani non sono una merce” è stata una delle prime iniziative dei giovani universitari che rifacendosi al libro di Gallino “il lavoro non è una merce” ha parlato di precarietà non soltanto in termini lavorativi ma si è riferita anche alle possibili ricadute sociali.

Gli individui che non riescono più ad identificarsi con il lavoro, fanno dell’incertezza la propria condizione di vita influendo negativamente sulla percezione di se e della propria identità. Infatti la prima domanda sul “chi è lei” l’individuo è sempre tentato a rispondere identificandosi con lavoro che svolge: non riuscendo più a rispondere a questa domanda, l’individuo è fortemente disorientato. La precarietà investe non soltanto la condizione lavorativa ma penetra nel profondo, devastando le certezze dell’io.

Le leggi sulla flessibilità non hanno aumentato la ricchezza totale ma hanno generato diseguaglianze sociali, povertà e il fenomeno devastante della precarietà. Intere generazioni sono costrette a vivere una costante incertezza lavorativa: stage e tirocini non hanno mai fine. Lavorare per pochi mesi, studiare per uno stage e non essere mai inquadrato o, nella migliore delle ipotesi, con un contratto atipico, ha generato una lunga serie di precari senza una reale possibilità di inserimento nel mercato del lavoro. Una sorta di gavetta costante di fatto ha creato lavoratori, giovani, sfruttati dalle aziende e dalle logiche del massimo profitto. L’impossibilità di crearsi un futuro per i giovani del 21 esimo secolo è diventato un tormento, un assillo che non trova mai una reale soluzione. Scaricare sui lavoratori, specie sui giovani le incertezze del mercato, assecondando logiche per la produzione solo su domanda e su competizione globale, sacrificando la contrattazione collettiva e diritti categoriali, ha generato una serie di individui senza diritti, certezze e speranza.

I giovani non sono una merce è stata un’iniziativa intenta ad aprire uno squarcio di riflessione su queste questioni, con l’intento di diffondere coscienza e consapevolezza tra i cittadini, studenti, giovani, adulti e lavoratori. Da quella data ci siamo ripromessi di non fermarci e di continuare a stare tra la gente con questi temi. Ci siamo ripromessi di creare uno sportello di orientamento al lavoro per i giovani laureati e uno di orientamento universitario indirizzato a giovani che intendono iscriversi all’università ma che non hanno ancora le idee chiare sul proprio futuro.

Il 17 Novembre abbiamo ribadito l’importanza del valore della cultura, della scienza per salvaguardare la democrazia, per garantire lo sviluppo, per ribadire che l’università e i giovani sono la grande risorsa del paese. Il sindaco Luigi De magistris ci ha ispirato quando su uno striscione degli studenti riguardante la campagna “l’università che vogliamo” lasciò il suo contributo scrivendo: “il sapere è un bene comune”.

Ebbene Una dichiarazione di Tocqueville, riportata nei suoi Souvenirs, così rifletteva: “ben presto la lotta politica si svolgerà tra quelli che possiedono e quelli che non possiedono; il grande campo di battaglia sarà la proprietà”. Stefano Rodotà, in un nota riflessione sul sapere, pubblicato su La Repubblica, riprende questo conflitto dandogli una connotazione più post-moderna:” Quel conflitto è continuato, ininterrotto, e continua ancora, anche se al centro dell´attenzione non è più la terra, ma piuttosto il vivente, l´immateriale, il sapere nel suo insieme”. Il professore si riferiva alla necessità di equilibrare i diritti individuali con il godimento collettivo e parlando della rete, mette in evidenza di come l’accessibilità e la libera informazione è il punto cardine per stabilire questo equilibro. Il sapere è un bene comune, afferma Stefano Rodotà. Ebbene, benché il professore si riferisse al sapere digitale, al mondo internet e alla rete, possiamo tuttavia trarre degli spunti utili a questa riflessione. Il sapere, in particolare quello accademico, negli ultimi anni, sembra aver perso il suo carattere riflessivo, condiviso, di confronto, di dialogo e di critica, e tende sempre più ad essere riservato e chiuso in una sorta di “gabbia d’acciaio” (cfr Weber). Se invece, come i principi della democrazia affermano, il sapere è un bene comune, se la scienza non può non nutrirsi di riflessioni e confronti nella sua produzione di teorie, allora non dobbiamo credere che lo scambio culturale possa avere degli interlocutori privilegiati. L’università è il luogo fisico dove meglio convergono le idee degli studenti, dei professori, dei dottorandi e dei ricercatori. Idee che permettono al sapere di essere in continuo divenire. Bisogna ripartire da questo, dalla conoscenza, dalla voglia di fare, di costruire mattone per mattone il nostro bagaglio di esperienze e di conoscenza proprio come si supera un esame, di volta in volta mettendoci alla prova.

Dobbiamo riappropriarci degli spazi e parlare confidandoci le nostre incertezze, i nostri desideri, le nostre preoccupazioni. Dobbiamo conoscere la nostra dimensione temporale per consentirci di essere nel mondo e con il mondo. Le trasformazioni che stiamo vivendo sono il prodotto di scelte politiche,economiche e sociali e definirle sarebbe il primo passo per assemblare le nostre idee. “Il sapere è il motore vero del cambiamento, è un bene comune come l’acqua, il mare, l’aria che respiriamo, la terra sulla quale camminiamo” cosi esordì il Sindaco De magistris all’iniziativa degli studenti del 17 Novembre.

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