Contrastare la Violenza sulle donne e il femmicidio: riflessioni sul metodo

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Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Campagne di sensibilizzazioni, convegni, flash mob, incontri organizzati in varie città, rappresentano oramai manifestazioni di una liberata coscienza civile che si espande a macchia d’olio in quasi tutti i paesi del mondo. Eppure, specie in Italia, il fenomeno rimane costante (in media ci sono 169 casi l’anno) ed è fortemente in aumento (dal 2015 al 2016 sono aumentati del 5,6%).  Addirittura l’incidenza femminile sul numero di vittime totali di omicidi non è mai stata così elevata, si aggira intorno al  37,1% contro il 26,4% registrato nel 2000.  A questo punto la domanda sorge spontanea: a cosa servono le iniziative se le donne continuano ad essere maltrattate e uccise? E’ utile chiedersi se la comunità si pone domande giuste, esaustive rispetto ad un argomento sempre più difficile e complesso? Porre le domande giuste significa orientare l’azione individuale e collettiva verso una maggiore responsabilità e consapevolezza verso la tematica. Ma cosa si intende per violenza di genere e per femminicidio?

Come afferma la Dichiarazione delle Nazioni Unite, la violenza sulle donne o di genere è “qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata” (1993).  In particolare la Convenzione di Istanbul (2011) definisce la violenza di genere come “qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale”. A seconda dei vari indicatori presi in considerazione, quelli psicologici, economici, educativi, culturali e sociali, così come individuati nell’ UNSD 2010,   la violenza sulle donne si declina sotto varie forme: le violenze inflitte dai partner, l’infibulazione, i tagli vaginali, le lesioni fisiche, le molestie, gli stupri,  il matrimonio forzato, il maltrattamento alle vedove, le molestie sessuali, le violenze commesse sul luogo di lavoro etc. Ma non necessariamente la violenza genera casi di omicidi dove le vittime sono quasi sempre le donne. Il femminicidio, nato in occasione della strage delle donne di Ciudad Juarez[1], è una precisa categoria che presuppone una violenza fisica di tipo letale, presuppone cioè l’annientamento fisico della donna in quanto donna, in genere da parte del proprio partner. Il femminicidio ha per lo più una dimensione famigliare, scaturita da conflitti irrisolti all’interno della coppia e avviene per svariati e innumerevoli motivi. Tentare di correlare la violenza o il femminicidio a variabili quali il titolo di studio, l’età, le condizioni economiche, è fallimentare se il tentativo è quello di costruire un rapporto significativamente lineare. E certamente il fenomeno non può essere semplificato dispiegando la solita matrice culturale che si fonda sul maschilismo, anteponendo l’idea dell’uomo forte e prepotente e della donna fragile e indifesa. Quel tipo di letteratura degli anni 60 e 70 è stata funzionale nel far emergere l’esistenza di una segregazione di ruoli dell’uomo e della donna, con una palese subalternità di quest’ultima: oggi perde la sua valenza esplicativa di fronte    all’ evolversi di una società che chiede risposte a domande sempre più difficili.

Quindi i motivi sono da ricercarsi nel fatto che oggi la donna lavora, è autosufficiente, può raggiungere livelli apicali nella gerarchia sociale, politica e di potere, è capace di procreare, tutti elementi quindi che presuppongono un arretramento dell’uomo rispetto a determinate funzioni preordinate.  La questione è ancora più complessa perché investe non solo il lungo processo di emancipazione della figura femminile: il crescente ruolo della donna acquistato anche al di fuori della sfera domestica,  i tentativi sempre più prorompenti di affermare i principi di uguaglianza, la capacità di fuori uscire da congetture preimpostate dalla tradizione, tutti questi elementi hanno generato una profonda crisi delle categorizzazioni fin ora conosciute. E allora stando dentro alla crisi sistemica che si può indagare il fenomeno in profondità, ponendo le basi di un metodo che guardi più al rapporto tra uguaglianza e sicurezza delle donne, tra prevenzione e gestione del rischio, stabilendo lo snodo da cui sviscerare una serie di interventi istituzionali efficaci. Sarebbe necessario avviare un’analisi quali-quantitativa del femminicidio, necessaria per tracciare un vero e proprio sistema di welfare destinato alle donne. Solo trovando le chiavi di accesso all’affermazione della sicurezza sociale, attraverso soprattutto il coinvolgendo di tutta la comunità, si può sperare di arginare un fenomeno che diventa sempre più incalzante ed emergenziale.

[1] ll femminicidio a Ciudad Juárez è un crimine consistente negli omicidi di centinaia di donne e ragazze che avvengono a partire dal 1993 in una regione del nord del MessicoChihuahua, nella città di Ciudad Juárez

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