UNA POLITICA CONTRO CORRENTE

In memoria del professor Lamberti, un uomo mite ma caparbio, dedito alla battaglia contro l’illegalità, fondatore dell’ osservatorio anticamorra e soprattutto professore amato e rispettato da tutti i suoi studenti. Uno dei pochi professori che dava voce agli studenti e ai giovani in generale.

La rappresentanza istituzionale, in tutte le sfere, a partire da quella studentesca a finire a quella di governo, è definita in base al rapporto che si instaura tra l’elettore e il suo elettorato. Fin quando questo rapporto, di interazione, di rappresentatività- intesa soprattutto nella soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi- e di osmosi comunicativa non si esaurisce essa rimane nel quadro di quella che chiamiamo democrazia rappresentativa. Per  democrazia rappresentativa si intende una forma di governo nella quale gli aventi diritto eleggono dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta).

Partire, dunque, dal concetto di rappresentanza e immergendolo nello scenario contemporaneo, composto da rivoluzione arancione, crisi economica e dalla primavera araba, può aiutare notevolmente alla comprensione della vera crisi che stiamo vivendo.

Il concetto di democrazia e di rappresentanza rappresentano insieme un ossimoro: per  democrazia si intende il potere del popolo, richiede che i governanti coincidano con i governati; rappresentanza si basa invece su una distinzione tra gli uni e gli altri. Se la democrazia fa riferimento alla possibilità di esercitare direttamente i propri diritti attraverso i principi inviolabili della costituzione,  la rappresentanza stabilisce, di fatto una delega nella tutela degli interessi della popolazione. Se trasponiamo questi due concetti nel quadro della post-modernità, all’interno dello scenario contemporaneo, attraverso la variabile  generazionale possiamo notare che i conti non tornano. L’immobilismo politico e la mancanza di una “Europa dei popoli” – l’unione è basata esclusivamente su quella monetaria e dei mercati- si riflette nella scarsa partecipazione dei giovani alla vita pubblica, sociale e politica. O meglio, per essere totalmente in disaccordo con chi dice che le generazioni odierne sono passive,  composti da bamboccioni, o peggio ancora, inerti di fronte allo scatafascio del sistema dei diritti, dell’università pubblica e del lavoro, è necessario contrapporre una realtà  individuabile semplicemente, attraverso  la crisi della rappresentanza. L’ostruzionismo politico è sotto gli occhi di tutti, percorsi già stabiliti, chiusi e  ostruiti da congetture che non rispecchiano la post-modernità che stiamo vivendo. Presi in questo quadro, i giovani non trovano spazio, non hanno la reale opportunità di esercitare il loro pensiero, le idee e le loro risorse, prima di tutto cognitive e di  metterle materialmente in campo  a causa delle avversità di una politica che sostanzialmente non va in questa direzione e che sacrifica diritti e gli interessi della maggioranza a favore di una minoranza privilegiata. Continaundo, la comunicazione politico-sociale  è unilaterale, non riesce ad assolvere la sua funzione ovvero quella di garantire la sua efficacia diretta, attiva, partecipativa, come invece la nostra era digitale assolve attraverso i social network, il marketing, i social media . Di fronte alla grande trasformazione del capitalismo-e su questo punto è indispensabile ricordare la scientificità di Marx quando afferma che la crisi del capitalismo porta inevitabilemente ad una trasformazione delle sue manifestazioni e della sua divulgazione- si risponde con una mancata strategia politica, che mostra, invece, ogni forma di resistenza a queste trasformazioni. D’altronde la crescente povertà ed emarginazione sociale, la disoccupazione, la precarietà, la scarsa qualità del lavoro e dell’istruzione testimoniano gli effetti di una politica troppo impegnata a far quadrare i conti di mercato. Ed ecco che lo scollamento tra istituzioni e cittadini si riflette visibilmente nel generale disorientamento e nella scarsa partecipazione dei giovani. I giovani, si sa,  da sempre sono portatori di innovazioni ma proprio perché sono i principali recettori del malessere sociale, sono facilmente indotti a rinunciare al  dialogo, alla fiducia, all’ interazione, alla partecipazione, e quindi al feedback con le istituzioni. Questo si traduce nell’insufficienza dell’azione locale di tradurre i bisogni sociali che non intervenendo adeguatamente con risposte istituzionali, crea un immobilismo di tipo sociale.  Su questo punto, Facciamo degli esempi.

L’italia è avanzatissima da punto di vista normativo. Nel quadro della disabilità promuove la Convenzione onu, una legge quadro, megafono dell’articolo 3 della costituzione, diretta all’inclusione di questi soggetti, con un approccio interculturale e di mainstream. Ebbene, pur se la convenzione è avanzatissima, la sua inapplicabilità, a causa di deroghe varie, si nota in notevoli fattori: l’abbattimento delle barriere architettoniche resta paralizzato nella mancata distinzione tra accessibilità e fruibilità del servizio; non esiste un collocamento mirato che possa inserire i disabili all’interno di un circuito virtuoso del mercato del lavoro; non vengono considerati una risorsa ma intrappolati in un sistema di assistenza psico-medica; non ci sono traccie di una politica che si faccia promotrice dei principi della vita indipendente. Ed ecco che il pasticcio è fatto: i giovani disabili non frequentano l’università, molti sono esclusi dalla vita sociale, molti non lavorano perché intrappolati in un perpetuo stigma sociale paralizzante. Un altro esempio di questo genere è riconducibile nei famosi progetti di orientamento al lavoro, due fra tanti,  l’Orienta e il Priorita,   tradotti, a conti fatti, in un sussidio sociale piuttosto che un avvio ad un piano di politiche attive indirizzate all’inserimento lavorativo. Infine, a conclusione,  se pensiamo ancora più in generale alla legge della flessibilità, questa non ha creato più lavoro, bensi ha prodotto la precarietà, la rigidità del mercato, il sacrificio dei diritti dei lavoratori e la qualità della vita.

Allora in questo quadro, la rivoluzione culturale non può non partire dalle ISTITUZIONI: bisogna promuovere la partecipazione attiva, diretta, una rappresentanza che ricostruisce la fiducia con i suoi cittadini. Gli studenti sono una categoria privilegiata, perché rappresentano il futuro del paese, sono il motore delle conoscenze, della ricerca, dell’evoluzione culturale di questo paese. Basta dare uno sguardo agli altri paesi occidentali per comprendere di quanto l’istruzione, i giovani e la ricerca sono gli elementi essenziali e determinanti dello sviluppo di un paese, che intorno a queste tre cose  fa ergere l’intera organizzazione della società che guarda all’azienda, al marketing, al lavoro, al benessere e allo sviluppo.  Ascoltare i giovani significa ascoltare il futuro.

Dunque è indispensabile dare il via ad una nuova Italia, attraverso  un “cantiere di ricostruzione sociale”, ripartendo proprio dal senso della rappresentanza ma con un intento imprescindibile: mandare a casa  i vecchi rappresentanti.

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