L’uomo A-Vitruviano

Analisi storico-sociologica per altre narrazioni delle disabilità nel sistema-mondo

Lo studio della disabilità, come fenomeno con una dimensione specificamente sociologica ancora oggi è carente nelle sue articolazioni metodologiche e di analisi.

Sempre relegata alla sfera di competenza della pedagogia e della psicologia, la disabilità ha conosciuto un approccio alla sua dimensione sociologica attraverso lo studio di Claudio Roberti, studioso, sociologo ed esperto della disabilità.

Claudio Roberti, sociologo della disabilità, nonché afferente al Centro SInAPSI dell’ateneo Federiciano di Napoli, propone un’analisi storica-antropologica e sociologica della condizione dei disabili, utilizzando gli strumenti d’analisi elaborati da Immanuel Wallerstein nell’elaborare il tema del sistema mondo. Nel suo saggio il sociologo definisce l’uomo a-vitruviano definendolo per contrasto con l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci ed eletto come vincitore nonché protagonista della storia, dell’antropologia, della “normalità”, della perfezione e di tutte le altre categorie conoscitive su cui è fondata tutt’ora l’idea che ci facciamo dell’assetto sociale del nostro mondo[u1] .

Il termine “uomo a-vitruviano” sta ad indicare una condizione umana giusnaturalistica, come l’autore stesso la definisce nel libro, deprivata delle prerogative dell’uomo vitruviano perché funzionante con modi e tempi diversi. Il tentativo estremo di tradurre la normalità con la perfezione, con l’essere “normodotato”, con l’ordinarietà, con il previsto, ha prodotto come effetto collaterale il mostro (ecco il perché dell’immagine-logo della copertina), il male della stessa, ovvero il diverso, il disabile, l’handicappato, e cosi via.

Il diverso ha sempre racchiuso in sé un’accezione negativa durante la storia umana e sociale e ha prodotto delle categorie di pensiero nonché rappresentazioni schematiche della realtà fatta di sicurezze e stereotipi.

Roberti vuole rompere questa tradizione, dimostrando che l’uomo a-vitruviano non è altro che l’interfaccia naturale dell’uomo vitruviano. Vincitore del “premio Kafka Italia” 2011 il saggio si presenta come un impegno interdisciplinare nell’analizzare un argomento di cui si è poco trattato e propone un capovolgimento dell’immaginario collettivo, guardando il mondo con gli occhi di un disabile (lo studioso vive sin dalla nascita in condizione di disabilità), ma superando la stessa, nel tentativo di tracciare un percorso di analisi che si fondi sull’applicazione del metodo scientifico, che superi e discuta gli stereotipi e i relativismi che invece il fenomeno tende a produrre e alimentare.

Il saggio di Claudio Roberti non ha la pretesa dell’universalità, ma la complessità rappresenta il nocciolo centrale del suo studio. La complessità del rapporto tra uomo vitruviano e a-vistruviano ha, invece, la pretesa di essere universale, se lo intendiamo come il tentativo di tradurlo attraverso il world-sistem. Tralasciando la dialettica filosofica fin troppo visibile, tipica della scuola di Orlando Lentini, Maestro dell’autore, il saggio rappresenta un ottimo sforzo sociologico nel tentativo di capovolgere le prospettive conosciute facendo comprendere che la condizione degli a-vitruviani non è una condizione patologica bensi fisiologica (usando la definizione di Émile Durkheim)e come tale deve essere considerata anche nell’approccio sistemico, tracciando politiche valide e robuste che rispettino questa e non quella categoria patologica, riduttiva e stereotipata. Non a caso Lucia Valenzi, storica e fondatrice della fondazione “Valenzi”, nella prefazione evidenzia proprio questa necessità, ovvero la costruzione di un sistema di politiche in grado di sostenere questa diversità. Benché il concetto di assistenza nasca con la fine dell’Ancien Régime, nell’Ottocento, fa notare Valenzi, la società non è in grado di accogliere le diversità con strutture e metodi adeguati. In Italia, l’intervento pubblico ha iniziato a prendere forma con l’introduzione del risarcimento per gli invalidi di guerra. Tuttavia, lo sviluppo di politiche dedicate troppo spesso si è arrestato cadendo nella trappola del clientelismo e della truffa. Le speculazioni sulle pensioni di invalidità, l’equazione tra povertà e disabilità sono stati considerati i mezzi privilegiati di una malsana politica che ha alimentato solamente il sistema di opposizioni binarie costruito intorno al conflitto normalità-anormalità.

La conclusione si riallaccia elegantemente alla prefazione, reclamando un’attenzione per questo tema e esortando la sociologia a non essere più cosi “ritardataria”.

Ciò che rende ancor più interessante questo tipo di analisi è la conciliazione tra letteratura, storia, politiche sociali, welfare, arte, sociologia, tradotto attraverso categorie socio-scientifiche offrendo cosi una paronimica completa del fenomeno a-vitruviano, e dimostrando di come spesso le materie cosi dette umanistiche sono, in realtà, un confine della scienza più pragmatica. E mentre l’Italia rimane all’interno di una logica di medicalizzazione e assistenzialismo, il resto dell’Europa, già a partire dagli anni Settanta, ha avviato una serie di politiche che hanno come obiettivo l’inclusione e il riconoscimento, una cittadinanza piena.

D’altronde per quello che all’epoca fu definito il movimento degli “handicappati”, gli anni Settanta-Ottanta rappresentarono il trampolino di lancio per tentare di emancipare dalla dimensione dell’inadeguatezza e della mostruosità – quindi dell’esclusione – il concetto di diversità, trasferendolo in quello delle politiche sociali, della tutela, dell’assistenza.

Fino ad allora, c’è tutta una letteratura e tutta una serie di raffigurazioni artistiche che testimoniano un antico approccio malsano o se si vuole, da “Horror” nel rappresentare l’anormalità, il diverso. Se pensiamo alle opere di Albrecht Dürer, egli rappresentò, nella sua Apocalisse di San Giovanni, la malattia e dunque la diversità come una delle disgrazie dell’umanità. L’incapacità dell’ammalato trasferito nell’arte è ripresa dal pittore fiammingo Pieter Bruegel ne La parabola dei ciechi dove, metaforicamente, l’immagine della malattia (la cecità) traduce la Morte e trasfigura in questo modo l’ineluttabile destino di questi storpi. Ancor più esplicito è l’altro capolavoro di Bruegel, Gli storpi, che palesemente traduce la diversità attraverso un linguaggio artistico morbosamente stigmatizzante. Ancora, Lo storpio di Ribera, commissionato dal viceré di Napoli, conferma la moda da feticismo tematico (Roberti, pag 132).

Anche se l’intento dello Spagnoletto era completamente diverso da quello che poteva sembrare, ovvero esprimere il brutto attraverso l’eroica miseria, il quotidiano, la precarietà dell’essere umano, povero e senza meriti, e dunque attraverso la raffigurazione dello scugnizzo napoletano che sorride, la cattiva sorte sembra essere uno stigma inevitabile. Una miseria che sorride trasmette un senso di martire felice ma al contempo consapevole di essere un martire, senza possibilità di salvarsi al suo orribile destino. E se mentre la castrazione era una pratica ancora usata per servire l’arte di una voce particolare, una voce bianca capace di emettere un suono delicato e profondo come un soprano (il famoso Farinelli ne è un ottimo esempio), attraverso la privazione dell’ identità sessuale di coloro che subivano questa abominevole pratica, a maggior ragione, questodimostra di quanto le diversità abbiano servito l’arte, causando però, vittime sacrificali. Le raffigurazioni di storpi, di malati o la diversità ricercata attraverso pratiche per noi orribili, non erano altro che il risultato di trasposizioni di un immaginario collettivo che condannava l’anormalità, di fronte ad una paura ampiamente condivisa del diverso, la stessa paura che al contempo veniva alimentata per mantenere vivo l’ordine sociale, per tendere morbosamente a nascondere il brutto. Si cerca volutamente di occultare le prove di un problema che non veniva mai affrontato, e l’esempio della castrazione testimonia di quanto invece l’arte era consapevole. D’altronde, Émile Durkheim, da buon positivista, intende l’arte come una rappresentazione collettiva, precisamente una sistematizzazione della memoria collettiva: l’uomo è constantemente preoccupato di mantenere la coesione sociale. E Pierre Francastel, leggendo il funzionalista, afferma che l’arte stabilisce la coesione sociale, rafforza i rapporti solidali e se la matrice sociale cambia, l’arte trova altri approcci per mantenere i rapporti in maniera solidali.

E Forse l’arte, in certi casi ha aiutato, in altri no, ma non a caso parliamo di società non democratiche, di società che devono ancora conoscere la centralità dell’uomo e di conseguenza, la tutela dei suoi diritti. Si deve attendere un lungo processo storico per implementare i principi supremi della democrazia e per far abolire, di riflesso,  alcune pratiche che non rispettavano tali principi. Il primo passo fu fatta dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino durante la rivoluzione francese (1789).

Con la fine dell’Ancien régime, si assiste alla nascita di una nuova parola, di una definizione capace di tradurre il bisogno dei disabili (all’epoca venivano chiamati bisognosi)e dei ceti meno abbienti (i poveri): assistenza, tradotta attraverso pratiche di beneficienza. Poi, si dovranno attendere gli scempi del nazismo e del fascismo perché per reazione si realizzi una prima presa di coscienza dei problemi sociali delle categorie deboli. Di fronte a questi passaggi storici, a questi esiti della società moderna, torna alla mente la distinzione operata da Max Weber all’interno della sua sociologia comprendente tra le varie forme di società precedenti e la società moderna. Weber riprende lo studio dell’agire sociale definendolo come l’agire degli altri individui e rimarca l’importanza della sociologia nell’analizzare questo tema. Per Weber “la sociologia elabora concetti di tipi ideali e cerca regole generali dell’accadere”. La società, evolvendosi, è passata da una società irrazionale ad una razionale. L’atteggiamento razionale diventa intellegibile mediante il ricorso a tipi ideali cioè a costruzioni di modelli di comportamento rispetto ai quali l’effettivo agire sociale risulta più o meno distante. Tuttavia la razionalità non è il risultato della conoscenza delle leggi oggettive della società, non è la rivelazione immanente della storia o della vita umana, bensì deriva dal “disincanto del mondo”. Lo stesso disincanto che ha fatto nascere la società capitalistica, la società razionale tracciabile più marcatamente attraverso“il passaggio dell’etica protestante all’origine del capitalismo.” (Weber in Economia e società). Dunque le varie organizzazioni sociali per Weber sono il frutto dei sistemi economici predominanti. Il razionale materiale rispetto allo scopo, e il razionale rispetto al valore, però, non fa limitare l’organizzazione sociale nell’ambito del sistema economico: questo spiegherebbe il sorgere dell’apparato burocratico, il diritto razionale-formale, il moderno sapere scientifico. Dunque Weber individua, attraverso varie forme di individualità e potere tutta una serie di teorie e riflessioni sull’origine della società moderna. Quindi completa le analisi di Durkeim, superandolo di gran lunga.

Ritornando, dunque, all’oggetto di studio ovvero all’evoluzione dell’assistenza ai disabili, parafrasando Weber, tale problematica di tipo sociale emerge con l’evoluzione della società, con regole democratiche, con la concezione nuova di stato e di conseguenza con la nascita del Welfare State. La pensione di invalidità nasce con i mutilati e gli invalidi di guerra, dunque dall’esigenza di garantire un risarcimento a coloro che hanno servito la patria durante le guerre mondiali. Ma migliorare le condizioni di vita dei cosidetti non-normodotati, consentire loro una vita senza farsi mancare niente, nemmeno un identità naturale come la sessualità, oppure semplicemente la scuola, il lavoro, la socialità, e quindi l’accessibilità ai luoghi di soddisfacimento dei bisogni primari e fondamentali per ogni essere umano, significava poi, migliorarli per tutti, per anziani, per le donne in gravidanza quindi in sostanza per tutti. (Lucia Valenzi, nell’introduzione l’uomo a-vitruviano, Claudio Roberti, pag 11). Il nuovo concetto che uscisse fuori dall’immagine della miseria e della sofferenza e che potesse garantire un intervento pubblico in favore di alcune figure da tutelare, doveva fare ancora il suo corso ed era sostanzialmente un atto di coraggio.

L’italia è andata molto lentamente nel costruire questo percorso. Mentre a metà degli anni 70 la Germania già rilasciava patenti di guida per gli invalidi, l’Italia pensava ancora a misure di mero risarcimento degli stessi. Da qui poi, fortunatamente, si ebbe un’altra conquista ovvero l’invalidità civile, vale a dire una condizione sopravvenuta di invalidità causata da motivi congeniti o accidentali, e dunque al di fuori del contesto militare o di lavoro (lucia valenzi, introduzione l’uomo a-vitruviano, claudio roberti). Dunque prende corpo finalmente, grazie ai movimenti politici di associazioni, la dimensione sociale del fenomeno: la disabilità esce dal suo guscio, non è relegata più nell’ambito familiare e all’interno della sfera psicologica. Gli anni 80 e 90, solidali con l’America e l’Europa, si inizia a consacrare in Italia un sistema di Welfare capace di riconoscere il bisogno di autonomia dei disabili, e l’indennità di accompagnamento è fondamentale per cambiare lo scenario affinché la politica prosegui in questa direzione. Si inizia a comprendere l’esigenza di abbattere il problema delle barriere architettoniche perché la vivibilità locale è essenziale per far condurre al disabile una vita indipendente. L’associazionismo va avanti proprio su questo e l’iniziativa popolare, per favorire l’integrazione dei disabili nel mondo del lavoro, è sicuramente una vittoria emblematica di tutta una serie di battaglie che duravano da molti anni. E dunque come rendere accessibile la città ad un disabile? Questa è una delle tante domande che si è posto metà del mondo globale. L’eccessivo controllo in risposta ad una società fatta di incertezze e di eccessivo consumismo, rappresenta il fulcro della società post moderna. Direbbe Bauman, “La “vita liquida”  è la vita precaria ed effimera dell’uomo contemporaneo: una vita all’insegna dell’ansia e dell’incertezza, priva di radici e di solidi appigli, inevitabilmente consumistica, perché si vive solo nel presente, immersi nella liquefazione di ogni valore e di ogni istituzione. Tutto ciò che viene liquidato viene consumato o, potremmo dire, tutto ciò che viene consumato, viene liquidato. Dai prodotti alimentari alle vite degli individui, tutto ciò che esiste deve essere oggetto di consumo, deve avere una data di consumo, deve essere smaltito. «L’industria di smaltimento dei consumi – scrive Bauman – assume un ruolo determinante nell’ambito dell’economia della vita liquida» (La vita liquida, Laterza, Roma 2006, p. IX).

Se le discariche sono la significativa espressione della società liquida in cui viviamo, occorre aggiungere che ciò che esse accolgono è soprattutto la spazzatura culturale e morale delle ideologie del Novecento. Dalla putrefazione di queste ideologie, che pretendevano creare un “uomo nuovo” sulle rovine della Civiltà cristiana, sorge una nuova  Rivoluzione, postmoderna, che assume la liquidità a paradigma e nei rifiuti sembra trovare l’espressione del suo nichilismo (Bauman, La vita liquida, Laterza, Roma 2006, p. IX).

Citare Bauman è indispensabile per dire una cosa: attraverso   l’obiettivo principale dell’intera pianificazione si sviluppa intorno alla gestione e prevenzione dei rischi, rischi intesi  come esigenza generale di soddisfare i bisogni della collettività. Oggi la città rappresenta il simbolo degli effetti della globalizzazione non solo per la paura legata alla criminalità ma anche al fatto che non c’è un’ adeguata risposta tra aspettativa sociale di sicurezza e misure adottate per lo sviluppo locale. Ci sono problemi di vario genere legati al degrado dei centri urbani, all’inquinamento, a questioni sociali come la povertà (la forbice tra i ricchi e poveri continua ad allargarsi), il tasso di disoccupazione che in Italia, in particolare al sud, si aggira intorno al 24%.

E a tutto questo non corrispondono misure di tutele adeguate in termini di Welfare e  piani locali adeguati all’esigenza del territorio. I casi emblematici sono le città che rientrano nel cosi detto modello mediterraneo. Con la globalizzazione e quindi con l’aumento delle interconnessioni su scala planetaria assistiamo ad un paradosso: da un lato assistiamo al successo del modello città ma dall’altro non sono ben definiti i suoi confini. La città, in tale contesto, diventa il centro, il nodo della rete globalizzata, e la paura collettiva viene strumentalizzata per tenere insieme il tutto. Ecco allora il rischio nucleare, l’inquinamento ambientale, l’instabilità del lavoro, l’in gestibilità

dei flussi migratori e via discorrendo, che all’interno della spettacolarizzazione del crimine, intensificato sempre di più dai mass media, producono inevitabilmente paura e insicurezza tra la gente e soprattutto la crisi della cittadinanza con tutti gli annessi e connessi del sistema della tutela dei diritti e dei bisogni.

Tutto questo alimenta sentimento di diffidenza, sfiducia nelle istituzioni e la politica, che dovrebbe essere una sintesi della strategia per organizzare la città, diventa, per dirla alla Weber, elusivamente potere. Napoli, in tal senso, è il miglior campione rappresentativo di tutto questo, con il suo clientelismo estremo fondata sul suo familismo amorale.

Il fenomeno dei Falsi invalidi è utile per stare dentro questo ragionamento, è un ottimo esempio per comprendere l’inefficienza e l’inadeguatezza di un Welfare che non è capace di soddisfare i bisogni reali delle persone e quindi bloccato nei limiti. Direbbe Anderson che il Welfare State cosi come lo conosciamo, è in risposta alla società fordista, una società basata principalmente sull’istituzione familiare. Oggi La donna lavora, La famiglia non riesce più a garantire la sua funzione di ammortizzatore sociale e dunque c’è la necessità di pensare ad un Welfare capace di interpretare le nuove esigenze della società post moderna.  E di conseguenza nemmeno il disabile può affidarsi alla famiglia. L’opera di Claudio Roberti rappresenta sia uno sforzo per dettare i principi della vita indipendente cui il disabile, e stesso le politiche sociali, devono tendere  come obiettivo, sia un tentativo di stare al passo con le trasformazione sociali, intuendo il limite di alcune definizioni e  definendo una nuova categoria per indicare il disabile proprio per dare il via ad approcci che vadano in questa direzione. Superare ulteriormente una categoria già conosciuta e facendo ciò che dovrebbe fare un sociologo: creare nuove definizioni e categorie indispensabili per attivare nuove politiche. L’a-vitruviano rappresenta un tentativo di tradurre un problema sociale attraverso uno schema di interventi che rientrino nell’ordinarietà come ogni società dovrebbe avere. Partire dagli enti locali,  come prevede il decentramento amministrativo e il federalismo fiscale, dalla convenzione Onu, dunque,  permette di adottare delle misure standardizzate che consentono di mantenere una lucidità nell’approccio e di deprivare il sistema politico italiano del clientelismo, una patologia che affligge l’Italia da secoli. La convenzione Onu è già un gran passo perchè propone un superamento dell’attuale approccio assistenziale e si dirige verso un sistema concreto di pari opportunità: l’obiettivo generale è quello di abbandonare i vecchi modelli culturali di tipo deterministici e strutturare efficacemente un piano di azione di ricerca dedicata proprio ai disabili e al suo contesto socio-ambientale. La convenzione Onu è una legge quadro rispetto all’art 2 e all’art 4 della costituzione e  garantisce una specificità antropologico-sociale dei disabili. L’articolo 2 e 4 della costituzione affermano, in estrema sintesi, l’inviolabilità della libertà dell’uomo, di manifestare il proprio pensiero, di crearsi una famiglia, di religione, di associazione e altre ancora. Riprendendo dei passi di un saggio pubblicato dall’Enil Italia, sulla vita indipendente, possiamo cosi sintetizzare: “il disabile deve poter autodeterminare la propria vita secondo i principi della costituzione, al pari di una persona normodotata”. Invece, decidere che la pensione di invalidità è produttrice di reddito impedisce di fatto al disabile di creare una famiglia, e  dunque di tendere alla vita indipendente. Questo per dire che  il nuovo governo  non va nella direzione desiderata:  gli interventi non sono congiunturali, più che altro sono interventi di riequilibro globale  dettati dall’esigenza di risanare il debito pubblico.

Credo fortemente  che bisogna ripartire dalla convenzione Onu per organizzare la città secondo la realizzazione della vita indipendente di tutti i disabili, e per fare questo è indispensabile portare a termine, soprattutto al Sud, il processo del decentramento amministrativo e quindi di portare a termine il processo di democratizzazione di cui si parlava sopra. Agire innanzitutto sui normodotati affinchè possano cogliere le trasformazioni adeguate al raggiungimento concreto delle pari opportunità.

Il processo è ancora lungo, l’Italia ha tremendamente bisogno di una riforma del Welfare, e soprattutto di meno politicanti.

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